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N
el corso degli anni la mia pittura, partita dall'iperrealismo, è giunta in
questi ultimi tempi ad uno stile che, ad un'osservazione superficiale, può
apparire impressionista ma che, dopo una più attenta lettura, si palesa
sostanzialmente dissimile. I miei paesaggi, infatti, non sono dipinti "en plein
air", bensì vengono accuratamente elaborati in studio, spesso idealizzati, alla
ricerca di quella poesia delle piccole cose quotidiane che, purtroppo, non si
riesce più a cogliere. Poesia che ormai sfugge ai nostri sensi, sopraffatti
come sono da questa società sempre più violenta e superficiale.
Inoltre, altra fondamentale differenza è costituita dal fatto che gli
impressionisti rappresentavano la suggestione suscitata nell'artista dalla
visione diretta del soggetto. Io, invece, descrivo la sensazione che il ricordo
di quel particolare soggetto suscita nel mio "io" più profondo. La
velocità con cui, ormai, le immagini colpiscono l'occhio unita alla loro enorme
quantità, permette di avere soltanto il ricordo di un frammento di quella
particolare visione che ha toccato la nostra anima e, pertanto, siamo in grado
di far riaffiorare soltanto l'impressione, come ho già detto molto spesso
idealizzata, delle emozioni provate nel momento in cui ci trovavamo di fronte a
quel particolare soggetto. In questo modo, l'attenzione dell'artista si
concentra solo su un determinato dettaglio della scena, mentre tutto il resto
diventa evanescente, rarefatto, frammentandosi nello spazio. Per questo motivo
i miei quadri acquistano la sottile ed impalpabile sensazione di una visione
vagamente onirica ma, nello stesso tempo, diventano più reali della stessa
realtà, perché il quadro si trasfigura in un condensato del reale, come se, in
quell'unico particolare focalizzato, venisse sintetizzata la verità dei
sentimenti e delle emozioni umane.
Nelle mie opere più recenti ho cercato di realizzare dei fondi che ricreassero
l'effetto di un intonaco grezzo, aspro, irregolare. Dipingervi diventa per me
una sfida appassionante ed il riuscire a realizzare i miei lavori su tali
superfici mi permette di spalancare una porta sulla bellezza. Non sono forse
proprio queste asperità, queste ruvidezze che molto spesso ci feriscono, a
permetterci, d'altra parte, di apprezzare la bellezza offertaci dall'universo?
Ed è proprio soltanto attraverso le difficoltà che, anche la cosa
apparentemente più insignificante, può assurgere, spesso, alla perfezione.
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Marco Vettraino
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